Senza categoria

Hen Storia di una gallina

Recensione a cura di Rita Ciatti

Risale al 28 maggio l’uscita del film “Hen, storia di una gallina” del regista ungherese György Pálfi, è un film che sorprende fin dai primi minuti. Attraverso gli occhi di una semplice gallina, l’opera racconta una storia di sopravvivenza, maternità, libertà e violenza, intrecciando il destino dell’animale con quello degli esseri umani in un racconto che oscilla tra commedia, dramma e allegoria.

Un film che offre tanti spunti di riflessione, ma chissà se riesce davvero a coinvolgere lo spettatore. È soltanto un’opera per chi ama gli animali o è un film capace di parlare a tutti?

Scopriamolo insieme nella recensione di Rita Ciatti.

La recensione a cura di Rita Ciatti

“Hen, storia di una gallina” è un film ambientato in una zona rurale e costiera della Grecia in cui si raccontano le peripezie di una gallina nata in un allevamento industriale, ma che riesce a sottrarsi al destino che tutti conosciamo, ovvero produrre uova per la nostra specie e poi finire al mattatoio.

La parabola esistenziale della gallina, che d’ora in poi chiamerò Hen, ci viene mostrata dal momento in cui la madre depone l’uovo, che poi seguiremo nel processo della cova artificiale, insieme a migliaia di altri, finché non si schiude.

I pulcini appena nati, tra cui Hen, vengono afferrati come oggetti e messi sul rullo trasportatore per essere divisi tra maschi e femmine. Il processo di selezione avviene velocemente, è appunto un processo industriale di linea in cui gli operai svolgono quell’unica mansione a ripetizione e in cui non c’è nessuna differenza tra maneggiare un essere vivente o un qualsiasi accessorio.

Nell’industria di galline ovaiole sappiamo che fine fanno i pulcini maschi, cioè vengono tritati vivi poiché inutili (le galline cosiddette ovaiole sono una razza specifica frutto di selezioni), ma questo il film non lo mostra e tutto quello che vi sto raccontando fino a questo momento è solo parte del prologo che dura pochissimi minuti, privo di dialoghi tranne i rumori industriali e la musica.

Queste prime scene hanno un taglio documentaristico, infatti specifico subito che questo non è un film esplicitamente di denuncia dello sfruttamento animale, ma ha un taglio ampio di denuncia del mondo in cui viviamo e in cui gli animali si trovano nel gradino più basso, sfruttati da tutti, anche dagli oppressi.

È, se vogliamo, un film di denuncia intersezionale che mostra varie dinamiche di oppressione. Ma proseguiamo con l’analisi del prologo. Hen pulcina viene scelta per la fase successiva e quindi stipata insieme alle altre in cassette di plastica per approdare in un enorme capannone lurido e affollato dove crescerà fino a raggiungere la maturità sessuale.

Una volta cresciuta, insieme alle altre, viene presa – sempre in in malo modo, come fosse un oggetto – per essere nuovamente rimessa in cassette di plastica e quindi condotta nella prigione a vita dell’allevamento a produrre uova a ripetizione; una vita breve, c’è da dire dire, rispetto a quella che avevano le sue antenate in natura, infatti le galline ovaiole dopo circa tre anni, con il corpo stremato da una produzione eccessiva (le antenate avrebbero deposto al massimo dodici uova all’anno), muoiono, deperiscono, si ammalano e comunque vengono uccise una volta superata la fase di massima produzione (tutte queste informazioni le sto dando io, non il film e sono in grado di darle perché mi occupo della questione animale da anni, ma non sono in grado di sapere se ogni spettatore è al corrente di come funziona l’industria delle uova; suppongo di no).

Punti di svolta

Qui il film ha il primo punto di svolta, diciamo l’innesco drammaturgico che darà il via alla storia vera e propria. Hen è diversa dalle altre – ha un bellissimo piumaggio nero – quindi il lavorante, che è l’autista del TIR, accennando a una possibile rimostranza del datore di lavoro, decide di prenderla con sé per portarla a casa alla moglie e farsela cucinare, mettendola sul sedile davanti. Durante una sosta in un autogrill, Hen approfittando del finestrino aperto, riesce a volare giù dalla cabina del guidatore e quindi ha inizio la sua avventura nel mondo.

Le riprese sono tutte ad altezza vista della piccola protagonista, è il nostro mondo, fatto di piccole e grandi ingiustizie, ma anche di paesaggi bellissimi sul mare o di strade lunghissime ai cui lati scorrono campi, case, villaggi, alberi, capannoni industriali – tutto il bello e il brutto che c’è, insomma – che vediamo attraverso i suoi occhi, insieme agli incontri con altri animali, predatori o prede che siano.

Il secondo punto di svolta avviene quando Hen, dopo essere salita su un furgone, approda nella proprietà di un ex ristoratore che, ormai anziano, è vittima delle angherie del genero, il quale usa il posto come base per il traffico di esseri umani, migranti stremati dal viaggio e dalla fame che arrivano sulle coste del piccolo villaggio costiero.

Hen viene notata e messa nel pollaio insieme ad altre galline e a un gallo, luogo pieno di conflitti e violenza (le galline, gelose, la aggrediscono e beccano) da cui cercherà di scappare in ogni modo, infatti, come ogni protagonista di ogni storia, ha un desiderio fortissimo: poter covare in pace le sue uova, che invece le vengono sottratte ogni giorno.

Dubbi e perplessità sulle riprese del film

Adesso non vi spoilero tutta la trama perché altrimenti vi rovino il piacere di guardarlo, ma chiudo con delle considerazioni che, da antispecista, non posso non fare, essendo un film che ha come protagonista una gallina.

Innanzitutto, come sono avvenute le riprese: sono state usate otto galline diverse e nei titoli a inizio film si precisa che nessun animale è stato maltrattato.

Avrei dei dubbi su questo perché intanto non c’è solo Hen, ci sono anche le altre galline, pulcini, galli, cani tenuti a catena (sì, ok, sarà stato solo per le riprese), gatti, tutti in condizioni non proprio ottimali e rimane sempre la domanda delle domande: che diritto abbiamo noi di coinvolgere degli animali, addestrati o meno, in un film, per il nostro sollazzo, dal momento che i film sono prodotti culturali esclusivi della nostra specie?

Potrei capire un documentario in cui si osservano animali liberi, senza disturbarli, realizzati per conoscenza etologica, ma questo invece è un film paradossalmente antropocentrico perché, nonostante si abbia la pretesa di raccontare la nostra società attraverso gli occhi di una gallina, poi in realtà le dinamiche umane finiscono per sovrastare quelle animali e la narrazione risulta alla fine forzata, cioè inscritta nella nostra visione antropocentrica e specista degli altri animali.

Infatti, le scene nel pollaio o del, diciamo pure “innamoramento” di Hen per il nuovo gallo, sono chiaramente narrazioni nostre, antropomorfizzate.

Il mio giudizio è che il film merita di essere visto, anche solo per gli sguardi teneri, intelligenti e le peripezie divertenti delle interpreti pennute, che però, ricordiamo, non hanno scelto di partecipare a un film e quindi hanno subito la volontà del regista, e per la denuncia sociale, ma che risente di una narrazione forzata antropocentrica che nemmeno distingue tra brutalità oppressiva sistemica e predazione naturale.

Infatti il parallelo tra il traffico di esseri umani e quello di animali mercificati regge – la società si regge sul dominio e l’oppressione -, ma meno con quello delle dinamiche interne agli animali stessi, che, come sappiamo, predano per necessità e non certo per profitto e le cui relazioni qui sembrano essere interpretate secondo logiche umane, cioè filtrate dalla nostra cultura.

Il punto debole

Rimane poi il punto debole, debolissimo, di una mancata riflessione sullo sfruttamento degli animali, che comunque vengono allevati, mangiati ecc.

I viventi si mangiano tra loro, tutti, a seconda del gradino sociale in cui si trovano, sembra dire il regista, anziani falliti subiscono il ricatto di criminali che traggono profitto dai migranti e i migranti affamati si gettano sulle uova di Hen, nessuno di loro è in grado di riconoscere l’altro come specchio di sé stesso in un’umanità alla deriva, ma, come dico sempre, la nostra specie solo e soltanto è responsabile di tanta violenza e logiche di dominio e se c’è una cosa che mi indispone è proprio la pretesa di naturalizzare il dominio mostrando Hen esattamente come gli umani che la sfruttano.

Solo l’anziano è in grado di mostrare uno sprazzo di umanità e persino di ribellarsi ai soprusi, infatti è l’unico che da un certo punto in poi saprà forse “vedere” Hen per quello che è, una persona di altra specie, ma l’incontro tra questi due individui sembra più il frutto di una casualità, di un’epifania che per un attimo consente di immaginare un mondo diverso, ma pur sempre entro certi limiti, infatti la cornice specista resta intatta, l’uomo prova simpatia per Hen e la elegge ad animale domestico anziché rigettarla nel pollaio insieme alle altre (cioè, le fa salire un gradino nella scala sociale), ma continua a sfruttare le altre e a mangiare e cucinare animali; anche la simpatia per il cane rimane relegata entro il paradigma della funzione da guardia.

Epifania sì, quindi, ma non reale evoluzione.

Forse il mondo arido in cui viviamo non consente più di tanto, sembra dirci questa storia. Quello che si può fare è resistere, come fa Hen, nonostante tutto, ma anche la realizzazione di un desiderio sembra avvenire a scapito della morte e sofferenza di qualcun altro.

Conclusioni

In conclusione è un film pessimista e anche abbastanza nichilista in cui solo il caso, comprese le disgrazie altrui, possono forse aiutare i viventi ad avere una vita leggermente migliore.

Hen alla fine realizza il suo piccolo paradiso personale, ha il suo lieto fine, ma a che prezzo? È in questa sua incomprensibilità delle leggi del mondo umano in cui si trova che infine porta a compimento il suo sogno, al di fuori dell’umano. Allora forse, mi contraddico, a voler essere ottimisti, è un film che si potrebbe anche leggere come ricerca di salvezza post-umana, oltre l’umano, nell’approdo a un’animalità semplice, che poi è quella a cui tutti apparteniamo.

Ovviamente ogni spettatore ci vedrà qualcosa di diverso. E voi, l’avete visto? Come l’avete interpretato?

Milano, 02/07/2026 – RV

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *