Prosciutto cotto cancerogeno
Una notizia che non sorprende. Ma la vera questione è etica, non solo sanitaria
Negli ultimi giorni, alcune testate giornalistiche hanno rilanciato quella che è stata definita una “scoperta” allarmante.
Il prosciutto cotto è stato classificato come cancerogeno.
Ovviamente noi sappiamo bene che non si tratta di una novità, bensì di una conferma.
Ricordiamo infatti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), attraverso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), già nel 2015 aveva inserito le carni lavorate, tra cui il tanto amato prosciutto cotto – servito anche ai degenti in ospedale – nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene, ovvero quelle per cui esistono prove scientifiche sufficienti di cancerogenicità sull’uomo.

Ciò significa che il consumo regolare di questi prodotti è associato a un aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore, in particolare quello del colon-retto.
Come viene spiegato nei vari articoli o testate, il rischio non è legato solo ai conservanti come i nitriti e i nitrati, che possono trasformarsi in nitrosammine, sostanze fortemente cancerogene, ma anche al processo di trasformazione industriale della carne, che ne altera la struttura molecolare e ne amplifica i potenziali effetti dannosi.
Una “non-notizia” che fa riflettere
Questa “non-notizia” rimbalzata sui maggiori mass media offre, per chi la sa cogliere, l’occasione per una riflessione più profonda, che va oltre la salute umana e tocca la questione etica e antispecista: il prosciutto cotto non è solo un alimento lavorato, ma è stata la coscia di un essere vivente, senziente, intelligente che aveva il diritto alla vita come tutte le altre creature che condivide con noi il pianeta terra.

Dietro ogni fetta di prosciutto si nasconde una storia di sofferenza sistemica: milioni di suini ogni anno vengono allevati in modo intensivo, rinchiusi in spazi angusti, privati della possibilità di esprimere i loro comportamenti naturali, separati precocemente dai cuccioli, mutilati senza anestesia, sottoposti a condizioni estreme e, infine, uccisi.
Chissà se questa “non-notizia” porterà qualcuno a considerare che gli animali non sono oggetti. Non sono “cose”, ma sono individui capaci di provare dolore, paura, ma anche affetto e gioia.
Tuttavia, la società continua a considerarli “carne da macello”, semplicemente perché è più comodo non porsi domande.



Due fondamentali aspetti
I due punti fondamentali su cui soffermarsi una volta incamerata e la classificazione del prosciutto cotto come cancerogeno sono:

- Alimentazione e salute: l’evidenza scientifica è chiara. Continuare a consumare regolarmente carni lavorate espone a rischi concreti per la salute. Non si tratta di un fanatismo salutista, ma di un dato oggettivo. Eppure, troppo spesso, queste informazioni vengono minimizzate o insabbiate per non intaccare un mercato miliardario.
- Aspetto etico: non basta evitare il prosciutto perché “fa male”. Dovrebbe essere evitato perché implica la sofferenza e la morte di creature innocenti, che non meritano di essere trasformate in prodotti da banco. L’antispecismo ci invita a riconoscere il valore intrinseco di ogni essere vivente, al di là della specie di appartenenza.
Nonostante ci siano esperti che consigliano di arginare gli effetti collaterali del mangiare prosciutto cotto – ma anche wurstel, carne in scatola, salami industriali, bacon e altri insaccati affumicati – assumendo vitamina C, aumentando in consumo di fibre e di alimenti ricchi di potassio, questo allarme tornato in auge, in realtà dovrebbe essere l’occasione per fare scelte più consapevoli, non solo per il nostro benessere, ma per quello di tutti gli esseri viventi.
Dire no al prosciutto cotto non è solo una scelta salutare,
è una scelta di giustizia.
Per il nostro corpo, per il pianeta e, soprattutto, per gli animali.
Milano, 29/01/2026 – Miguel Angel Beso
