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Sanremo e gli animali

La presenza degli animali nelle canzoni del Festival

Puntuale anche l’anno 2026 ha il suo Festival di Sanremo, fari puntati, in tutti i sensi, sul palco dell’Ariston dunque. In 76 anni, il festival della canzone italiana ha affrontato svariate tematiche, giovandosi anche del significato simbolico degli animali.

Creature alate, domestiche o selvatiche, reali o metaforiche, gli animali hanno popolato i testi delle canzoni in gara diventando specchio dei sentimenti umani, strumenti allegorici o inconsapevoli portatori di messaggi etici.

Gli anni 50′ e 60′

Fin dalla prima edizione del 1951, il Festival affida a un animale un ruolo narrativo centrale. “La cicogna distratta”, cantata dal Duo Fasano, richiama la figura fiabesca della cicogna portatrice di vita. In un’Italia che usciva dalla guerra e cercava di ricostruire non solo le case ma anche le speranze, quell’immagine di fecondità e rinascita aveva una forza rassicurante. L’animale diventa veicolo di lieto fine, simbolo di ordine ristabilito.

Nel 1952 è una colomba a conquistare il primo posto con “Vola colomba”, interpretata da Nilla Pizzi. La colomba bianca, tradizionale emblema di pace, diventa messaggera d’amore ma anche metafora patriottica legata al ritorno di Trieste all’Italia. In un Paese attraversato da tensioni politiche e sociali, la canzone contribuisce a costruire un immaginario rasserenante.

Nello stesso anno, ancora Nilla Pizzi porta al successo “Papaveri e papere”, una satira sottile in cui gli “alti papaveri” rappresentano il potere e le “papere” il popolo comune. Gli animali si fanno così strumenti di critica politica, maschera allegorica dietro cui dire ciò che apertamente non si poteva.

Sempre nel 1952 compaiono “Due gattini”, simbolo di amore puro e spontaneo. La scelta di una gattina bianca e di un gattino nero, in piena epoca di tensioni razziali internazionali, suona come un piccolo messaggio universale di armonia oltre le differenze.

Negli anni successivi tornano i volatili. “Il passerotto” del 1953, l’uccellino che non fa ritorno in primavera diventa metafora dell’amato assente. Ancora una relazione tra amore e presenza di un uccello, stavolta un usignolo, nel 1955 con “Ci Ciu Cì (Cantava un usignol). Usignolo che nel 1957 appare addirittura chiuso in gabbia. In “Usignolo”, portata al Festival da Claudio Villa insieme ad altri interpreti, il canto non è più gioia ma dolore. L’immagine dell’uccello imprigionato suggerisce una riflessione amara: privare un animale della libertà significa spezzarne l’essenza. È una delle prime volte in cui sul palco dell’Ariston affiora, seppur indirettamente, il tema della prigionia animale.

Nel 1961 le “Libellule” evocano sogni leggeri da non imprigionare. L’anno successivo arrivano i cavalli con “Lui andava a cavallo”: l’animale è compagno romantico di un corteggiamento, ma il brano si chiude con un incidente che lascia intuire il destino della cavalla. Oggi, in un’epoca in cui cresce la sensibilità contro lo sfruttamento degli equidi nelle città, quella leggerezza narrativa appare distante.

Nel 1968, si torna a volare con “La farfalla impazzita” cantata da Johnny Dorelli – Paul Anka, che esprime leggerezza nel parlare dell’amore attraverso la metafora di questo animale inafferrabile.

Gli anni ’70 e ’80

Gli anni Settanta segnano un passaggio interessante. Nel 1970 Sergio Endrigo porta sul palco “L’arca di Noè”, insieme a Iva Zanicchi. Il brano, visionario e profetico, parla di inquinamento, devastazione ambientale e perdita di orientamento morale. Gabbiani telecomandati, conchiglie morte, un toro che perde “kerosene”: immagini potenti che denunciano un equilibrio naturale infranto. L’Arca diventa simbolo di salvezza collettiva: umani e animali insieme, perché “o ci si salva tutti o nessuno”. È uno dei momenti più esplicitamente ecologici della storia sanremese.

Nel 1970, però riappare anche la colomba con “L’amore è una colomba”. Stavolta non è messaggera d’amore ma un uccello fragile simbolo di un amore che lo è altrettanto.

C’è poi Roberto Carlos che canta “Un gatto nel blu” dove ancora una volta il ritorno di un amore è legato al ritorno di un animale.

Nel 1972 “L’uomo e il cane” affronta il tema del suicidio: il cane, emblema di amore incondizionato, resta solo dopo il gesto estremo del padrone. L’animale qui non è allegoria ma presenza concreta, silenzioso testimone della fragilità umana.

Sempre nel 1972 sbuca “un coniglio dal muso nero” nel brano di debutto di Marcella Bella che ne decreta il successo “Montagne Verdi”. Un pezzo che parla di una giovane che segue il suo amore in città ma che ricorda con nostalgia il suo paese natìo.

Arrivano altri cavalli nel 1974 con Little Tony e i suoi “Cavalli bianchi”: due innamorati pensano che si possa amare veramente se si ama in libertà

Nel 1975, arriva un “Topolino piccolo” cantata da Le Nuove Erbe, brano che gioca sulla metafora della montagna e del topo con la ragazza che è la montagna e il ragazzo che la corteggia il topolino.

E dopo i roditori, eccogli “Scarafaggi”, un brano che fa riflettere sulla condizione del carcere. Un detenuto convive con questi animaletti e li sente compagni di sventura, addirittura amici.

Un “Cavallo bianco” ritorna nel 1980 con un brano onirico e malinconico cantato da Paolo Riviera che, non non ha nulla a che vedere con il “Cavallo Bianco” dei Matia Bazar del 1976 che, purtropppo, non è andato a Sanremo.

Comunque a parte questa parentesi, dal cavallo si passa all’asino che nel 1981 conquista il sesto posto con “Hop hop somarello” cantata da Paolo Barabani. Il brano è un misto di canzone parrocchiale e inno scout, simile a una ballata folk, e narra la storia di Gesù evocando l’asino che lo accompagna lento lento sulla strada di Gerusalemme. Testo un oo’ imbarazzante, ma la religione cattolica ottiene la sua parte di visibilità anche sul palco del teatro Ariston.

Nel 1986, Giampiero Artegiani si piazza al terzo posto tra le nuove proposte con “E le rondini sfioravano il grano”, una canzone in cui si mescola il sentimento d’amore con l’osservazione della natura.

Dagli anni ’90 ai giorni nostri

Negli anni Ottanta e Novanta continuano le metafore animali: rondini che sfiorano il grano, elefanti innamorati di farfalle, rospi che desiderano tornare tali.

In “L’elefante e la farfalla” di Michele Zarrillo, l’incompatibilità fisica diventa simbolo di un amore impossibile ma autentico. Ancora una volta, l’animale è specchio delle emozioni umane.

Nel 1999, i Quintorigo arrivano all’undicesimo posto nella sezione giovani con la canzone “Rospo”, una storia d’amore al contrario in cui lui, infelice della sua condizione di amato, vuole essere baciato da lei per tornare un rospo, secondo la leggenda che vuole ingiustamente questo animale simbolo di bruttezza e infelicità.

Il nuovo millennio si apre con “Gechi e vampiri” cantata da Gerardina Trovato che prende a simbolo di un periodo triste della sua vita i vampiri, cosa comprensibile, e i gechi, dei quali esiste una specie con un’eccellente vista al buio e forse ciò li fa apparire come animali notturni quindi avvolti da un’aura inquietante ma questi piccoli rettili sono innocui, anzi, timorosi degli esseri umani.

Saltiamo al 2006, edizione in cui Povia canta “Vorrei avere il becco”, paragonado sé stesso a un piccione che si fida di chi gli offre pane, nonostante la cattiva reputazione di questi animali urbani.

Nel 2008 tocca ai rapaci. Toto Cutugno canta “Un falco chiuso in gabbia”: l’immagine del rapace imprigionato esprime rabbia e frustrazione, ma richiama anche la pratica della falconeria e il conflitto tra natura selvatica e controllo umano.

Nel 2022 tornano le farfalle con Sangiovanni: leggere, attratte dalla luce, metafora di un amore che vola verso ciò che lo illumina.

Scorrendo questa lunga carrellata, emerge un dato evidente: se gli animali entrano nelle canzoni, è perché sono parte della nostra vita.

Entrano quotidianamente nella nostra vita e per la maggior parte, purtroppo non per essere cantati ma per essere mangiati.

Ci chiediamo: riuscirà il festival a sdoganare una canzone che inviti a non mangiarli? Lo scopriremo solo vivendo… e cantando.

Milano, 24/02/2026 – Paola Re

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