AMBIENTEANIMALI

DDL 1552: un tradimento verso la natura tutta

Una legge che rappresenta un colpo alla biodiversità, se viene approvata è un tradimento verso gli animali e la natura tutta

Il mondo scientifico lancia allarmi sempre più pressanti sul collasso della biodiversità e su come la crisi ecologica abbia preso una preoccupante accelerazione, eppure al nostro governo non interessa. Infatti è in discussione una delle riforme più vergognose e controverse degli ultimi decenni in materia venatoria, si tratta del DDL 1552 che va a modificare la storica Legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica presentata dai promotori come un “aggiornamento necessario”.

Ma la domanda è: necessario per chi?

Per chi ama davvero la natura e vuole proteggerla è lampante che, se passa il DDL 1552, gli interessi di pochi metteranno in pericolo tutta la biodiversità oltre a rappresentare un pesante arretramento culturale e normativo.

Nonostante le forti preoccupazioni espresse anche a livello europeo, il governo italiano va comunque avanti con questa follia mettendo peraltro in discussione la compatibilità di alcune misure con gli impegni internazionali assunti dall’Italia in materia di tutela della fauna e degli habitat naturali.

Come si è arrivati fino a qui?

Risale al giugno 2025 la presentazione al Senato del DDL 1552 che ha l’obiettivo di modificare la legge quadro sulla fauna selvatica e sull’attività venatoria, in vigore dal 1992. Primo firmatario è il senatore Lucio Malan.

A tarda estate/inizio autunno dello stesso anno le Commissioni riunite Ambiente e Agricoltura del Senato iniziano ad esaminare il DDL che prevede oltre duemila emendamenti. L’esame procede lentamente e subisce diversi rinvii.

Nel dicembre 2025 arrivano i rilievi dell’Unione Europea, infatti la Commissione Europea invia al Governo italiano una comunicazione contenente numerose osservazioni critiche sul disegno di legge e sulla sua compatibilità con le direttive europee in materia di tutela della fauna e biodiversità.

La vicenda esce alla luce solo mesi dopo e, ovviamente, fa allarmare tutta quella parte di persone alla quale sta a cuore animali e ambiente. Cresce dunque la mobilitazione delle associazioni ambientaliste e animaliste, preoccupati per il rischio di una pericolosa liberalizzazione dell’attività venatoria.

Si arriva quindi al 2026 quando, tra gennaio ad aprile, l’esame degli emendamenti subisce continui slittamenti e il previsto approdo in aula viene più volte rinviato in quanto le Commissioni non riescono a portare a termine il lavoro.

Arriva a metà maggio 2026 l’approvazione da parte delle Commissioni Ambiente e Agricoltura della modifica del testo che viene quindi trasmesso all’Aula del Senato. Tra i passaggi più contestati figurano l’ampliamento delle specie cacciabili, modifiche alla gestione della fauna selvatica e nuove disposizioni sul controllo degli ungulati.

La discussione nell’Aula del Senato del DDL 1552 inizia ufficialmente il 17 giugno e rappresenta il passaggio politico più delicato dell’intera riforma.

Nel frattempo decine di associazioni ambientaliste, animaliste e scientifiche intensificano la mobilitazione pubblica contro il provvedimento, definito da molti come “legge sparatutto”.

La discussione in Senato diventa un vero e proprio scontro politico. Vengono respinte le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni e prosegue il confronto sugli emendamenti. Il dibattito si concentra soprattutto sul cambio di impostazione della legge e l’attenzione si sposta dalla tutela della fauna alla sua “gestione”.

Il DDL 1552al momento non è ancora approvato in via definitiva. Il testo dovrebbe tornare in Aula per l’esame degli emendamenti e il voto finale nei prossimi giorni. La data probabile per la discussione conclusiva e il voto del Senato è martedì 23 giugno 2026.

E adesso?

Adesso siamo bloccati in un limbo di attesa durante il quale non si può abbassare la guardia.


Se il Senato approva il testo, il disegno di legge dovrà passare alla Camera dei Deputati che potrà approvarlo, modificarlo o respingerlo. Nel caso la Camera apporti delle modifiche, il testo dovrà tornare al Senato.

Quindi, anche in caso di approvazione al Senato il 23 giugno, non si tratterebbe ancora di una decisione definitiva dell’iter legislativo.

Il voto delle prossime settimane potrebbe segnare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi trent’anni nella legislazione italiana sulla tutela degli animali selvatici, ecco perché non bisogna smettere di far sentire la nostra voce.

Cosa prevede la riforma

Innanzitutto si prevede l’estensione dei periodi di caccia e l’allargamento delle aree in cui sarà possibile sparare. Ciò permetterebbe una presenza molto più invasiva dei cacciatori sul territorio che siano aree protette, aree private o aree pubbliche.

La riforma introduce inoltre norme che facilitano l’utilizzo dei richiami vivi, elimina alcuni dei limiti numerici oggi esistenti e semplifica l’autorizzazione per gli appostamenti fissi per l’attività venatoria. Misure anacronistiche e incompatibili con una moderna concezione del rispetto degli animali selvatici.

Altre disposizioni prevedono strumenti più incisivi per il controllo della fauna selvatica e un ampliamento delle attività consentite nella gestione venatoria, compreso l’uso di tecnologie come visori e strumenti per la caccia di selezione.

Il risultato complessivo sarebbe una drastica riduzione delle garanzie costruite in oltre trent’anni di evoluzione normativa, con un maggiore peso attribuito agli interessi del mondo venatorio rispetto alla conservazione degli ecosistemi.

Una visione fuori dal tempo

Ciò che suscita maggiore sdegno è il messaggio culturale che emergerebbe dalla riforma. In un’epoca in cui la comunità scientifica invita a proteggere gli habitat e a limitare la pressione umana sulla fauna, il legislatore sembra imboccare la strada opposta.

La fauna selvatica rappresenta un bene comune, appartenente all’intera collettività e alle generazioni future. Tuttavia, molte delle disposizioni contenute nel DDL 1552 appaiono fortemente sbilanciate verso le richieste del mondo venatorio, lasciando in secondo piano le istanze provenienti da animalisti a cui sta a cuore la protezione degli animali, ambientalisti, esperti di biodiversità e ricercatori, nonché da cittadini comuni.

Non sorprende quindi che si parli di un attacco senza precedenti alla biodiversità e di un provvedimento costruito per soddisfare solo gli interessi delle lobby della caccia. La domanda che emerge con forza è una sola: perché, di fronte a un’emergenza ecologica globale riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, si sceglie di ampliare gli spazi concessi all’attività venatoria anziché investire nella tutela degli ecosistemi?

La preoccupazione aumenta se si considera il contesto in cui questa proposta prende forma. Stiamo vivendo una fase storica segnata dal declino di numerose specie, dalla progressiva distruzione e frammentazione degli habitat naturali e dagli effetti sempre più evidenti della crisi climatica. In una situazione tanto delicata, sarebbe lecito attendersi interventi volti a rafforzare la conservazione della biodiversità; invece si prospettano misure che potrebbero accentuare ulteriormente la pressione sulla fauna selvatica.

La questione va ben oltre il destino delle singole specie. Riguarda il rapporto che intendiamo avere con il mondo naturale e il modello di convivenza che vogliamo promuovere. Una normativa che indebolisce le garanzie poste a difesa della fauna rischia di segnare un significativo arretramento culturale e legislativo, cancellando decenni di battaglie finalizzate a limitare progressivamente l’impatto della caccia sulla natura e sugli animali.

Per conoscere i danni da caccia puoi ascoltare la rubrica di Mariangela Corrieri di Gabbie Vuote ODV a questo link.

Milano, 21/06/2026 – Miguel Angel Beso

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